Aushwuitz-Birkenau: Il blocco 11

Il blocco della morte

di Italo Maria Lopez

Quel mattino di giugno, Cracovia respirava a fatica sotto un cielo fondo e scolorito. Giunti in treno nello sfortunato paesino di Oswicim, a circa 60 km dal capoluogo polacco, il cielo oltre a scolorito apparve livido. Appena varcata la soglia di quei casermoni dai mattoni rossi, la nostra guida italiana, un uomo smilzo sulla quarantina, ci attendeva puntuale con una faccia allungata verso il basso, perfettamente contestualizzata. “Dovete sapere che io sono uno dei pochi volontari italiani del campo, quasi tutti sono ragazzi tedeschi”. Questa la prima notizia sorprendente che ci fu narrata quel mattino di metà giugno, non avrei mai immaginato ragazzi tedeschi come guide volontarie nei lager, questo fu di sollievo, solo questo però. L’altra notizia sorprendente fu apprendere che in quel maledetto campo di sterminio, esisteva una prigione, il Block 11, “questa è buona” mi dissi, una prigione nella prigione. Il Block 11 però non era solo una prigione, per i malcapitati di Auschuitz-Birkenau quello era il “blocco della Morte”, chiunque abbia conosciuto il campo, rabbrividiva al suono di quel nome. Quasi tutti gli edifici di mattoni rossi, denominati Block, fungevano da nuclei abitativi, il Block 11 aveva un ruolo disciplinare. Tutti i blocchi del lager erano uguali, il blocco n 11 da fuori non era diverso, era però isolato, aveva la porta chiusa a chiave e sempre sorvegliato da un uomo delle SS. Dentro però, la situazione era differente. Il cortile interno, circondato da un alto muro, il “muro della Morte”, non era visibile da fuori, e la terra di quel cortile era impastata del sangue di oltre 25000 prigionieri torturati e fucilati. “Qui dentro tutto è rimasto come allora”, questo l’esordio della guida appena giunti nel seminterrato, dove buchi di 7 metri quadri fungevano da celle. Le celle più anguste erano le”Stehzelle”, destinate ai prigionieri che avevano tentato la fuga. Cubicoli di centimetri 90 x 90, nei quali i prigionieri potevano entrare solo a carponi attraverso una strettissima apertura. I prigionieri non avevamo spazio per stare seduti e neanche distendersi, una feritoia di 5×5 portava una striscia di luce e aria, buona solo per la disperazione. I sopravvissuti alla notte, il mattino dovevano andare a lavorare per ritornarci dentro al crepuscolo, stremati dopo una giornata massacrante. Le torture per gli “indisciplinati” erano tremende, venivano loro fustigati, carpite unghie, infilzati nelle parti genitali(specie nelle donne) con oggetti appuntiti, fatte ingerire enormi quantità di acqua attraverso larghi tubi e presi a bastonate sulle schiene gelate. La Fucilazione al “muro della Morte” diveniva quindi, per i prigionieri, autentico atto di liberazione. Un pò meno liberatoria era l’impiccagione al piolo, appeso con le mani legate dietro il dorso, il prigioniero poteva appena sfiorare la terra con le dita dei piedi nudi, con una sofferenza di qualche ora prima che sopraggiungesse la morte a dar sollievo. Nei sotterranei del Block 11, tra i vari esperimenti, fu anche collaudata la prima uccisione di massa, il 3 settembre del 41, circa 600 militari sovietici furono trattati con gas ciclone B. Constatato che alcuni, schiumando, uscivano ancora vivi, per poi ricevere un “costoso” proiettile nella nuca; gli SS qualche giorno dopo aumentarono la dose di ciclone. “Signore sai cosa ci fanno 8 cani in mezzo al mare?” domandò divertito un bambinetto di circa dieci anni alla nostra guida. “Ragazzo, ti sembra questo il luogo per fare barzellette”, rispose, con la faccia sempre più pendente, sotto il cielo più livido che io abbia mai visto.

foto di Mariana Fusco
foto di Mariana Fusco
foto di Mariana Fusco

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